di Andrea Broccoletti

Il genio di Stanley Kubrick concepì, fin da principio, il capolavoro “2001: Odissea nello spazio”, come un’esperienza visiva volta ad aggirare una “comprensione statica” di quella che è divenuta, celermente, una pietra miliare del cinema contemporaneo. La straordinarietà del film, nonché la sua complessità, risiede non solo nella perizia con cui il regista anglo-americano è riuscito a inscenare il mondo del XXI secolo, ma anche in quel peculiare, nonché arbitrale, significato del film.

“Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico e allegorico del film. Io ho cercato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio”.

Stanley Kubrick

Del resto chi ha guardato per la prima volta il lungometraggio che ha per protagonista l’elaboratore HAL 9000, si sarà trovato forse smarrito di fronte ad un incipit che passa, senza un apparente legame, da un’indefinita era primordiale ad un’era futura in cui, l’umanità, ha valicato definitivamente i limiti dell’atmosfera terrestre “muovendosi” nello spazio infinito. Il concetto di “finitezza” potrebbe proprio rappresentare la principale riflessione su cui poggia il più ampio significato della vicenda; la mente umana, per sua natura, si trova in una manifesta impossibilità nel definire e nel rapportarsi con l’infinito. Nel futuro concepito dalla penna del britannico Arthur C. Clarke (su commissione dello stesso Kubrick) i confini terrestri sono ormai un retaggio del passato, quello che viene rappresentato è un futuro tra le stelle, un futuro in cui l’uomo si muove in uno spazio infinito, un luogo che va al di là della comprensione umana, ma dove l’uomo, oltre la sua natura, soddisfa la propria smania di conoscenza attraverso l’esplorazione dell’ignoto. D’altra parte il tema riguardante la “finitezza” della mente umana rappresenta uno spunto di riflessione che ha attraversato, con differenti interpretazioni, tutta la storia del pensiero antropico fino ai giorni nostri. Si pensi inoltre al travagliato rapporto uomo-intelligenza artificiale che, in chiave anticipatoria, Kubrick e Clarke individuano come ulteriore problema da affrontare in un’epoca in cui, l’automazione, lavora con l’uomo e per l’uomo.

“Se qualcuno capisce il film alla prima visione, allora [Kubrick ed io, gli sceneggiatori] abbiamo fallito nel nostro intento”.

Arthur C. Clarke

Già dalla sua uscita nelle sale, nel 1968, la pellicola ha suscitato pareri contrastanti, da chi lo ha trovato lento, noioso ed estremamente pesante a chi, invece, ha riconosciuto la valenza artistica, nonché l’estremo avvenirismo, dell’opera di Kubrick; ma al di là di ogni legittimo parere soggettivo e di ogni possibile lettura, ciò che innegabilmente è riuscito, è la possibilità, da parte dello spettatore, di leggere, di vedere e di capire ciò che più, un film come questo, ha ancora da regalare dopo oltre cinquant’anni.

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=XHjIqQBsPjk