di Andrea Broccoletti

E’ da sempre buona consuetudine tessere l’encomio di un grande personaggio quando passa a miglior vita, una prassi tuttavia alquanto scontata, ma, in questo caso, è cosa buona e giusta fare un’eccezione; il ricordo di Claudio Lolli è doveroso per chi, come chi scrive, crede nel valore della musica al di là del profitto e del successo. John Lennon sosteneva come “tutti ti amano quando sei due metri sotto terra”, ed è vero, è possibile notarlo dopo la recente scomparsa del senatore John McCain, tanto vituperato in vita e tanto, ingiustamente, osannato appena dopo la sua scomparsa. Influente quanto schivo, Claudio Lolli se ne è andato in silenzio, del resto tutta la sua carriera artistica, per quanto incisiva, è stata costruita ben lontano da quel circuito mediatico e commerciale della discografia italiana; egli ha cantato le paure, i dubbi, i problemi e, più in generale, le idee di una generazione ormai lontana, quella che sognava un mondo migliore e che promuoveva una forma d’arte autentica, impegnata, esistenzialista, priva di ogni connotato “mercantile”, una musica che rendeva omaggio all’arte, dei testi che rendevano omaggio ad una storia, una forza capace di unire più generazioni. “Ho visto anche degli zingari felici”, album del 1976, è, all’unanimità considerato il suo disco migliore, quello in cui è rinchiusa l’essenza delle problematiche culturali e sociali d’una generazione, non per caso considerato uno dei maggiori capolavori cantautorali degli anni ‘70; la musica e le parole di Lolli sono tuttavia per pochi, uno stile “difficile” da apprezzare, tanto impegnato quanto sperimentale. Di lui l’amico Francesco Guccini ricorda come, dopo i primi quattro dischi prodotti dalla multinazionale EMI, volle a tutti costi rescindere quel remunerativo contratto per firmare con l’etichetta indipendente “Ultima Spiaggia”, un gesto di coerenza verso tutto quello in cui Lolli credeva, un’idea di libertà e di uguaglianza svincolata da ogni logica commerciale, ma ancorata ad una forma d’arte spontanea e coerente. Nonostante l’affermazione artistica, seppur sempre “di nicchia”, Lolli, dopo la laurea in lettere, decise di vivere facendo l’insegnante di liceo, a Casalecchio di Reno, restando così nella sua amatissima Bologna dove, lo scorso 17 di Agosto, il buon Claudio, parafrasando un suo successo, ha “finalmente” incontrato Godot.

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