di Andrea Broccoletti
Con cadenza quotidiana assistiamo a numerosi episodi che rimandano a quello specifico tipo di interazione sociale denominata conflitto. Questo temine generico può riferirsi ad innumerevoli ambiti, ma, nella maggior parte dei casi, fa riferimento al conflitto bellico. Le guerre sono state nel corso della storia dell’uomo un esempio di quanto un individuo possa favorire in sé la volontà di far prevalere quel lato più oscuro e violento insito dentro ognuno di noi.
Ma il conflitto è inquadrabile anche nel quotidiano rapporto tra le persone, marito e moglie, genitori e figli, colleghi ecc. ciò che accomuna la prima forma di conflitto alla seconda è la predominante volontà di schiacciare quello che, all’interno dell’interazione conflittuale, diviene, a tutti gli effetti, un nemico.
In termini più specifici questo tipo di approccio prende il nome di “distributive bargaining” in cui i contendenti si confrontano cercando a vicenda di sottrarsi la vittoria, garantendo solamente ad uno l’ottenimento di vantaggi. La quotidianità ci pone di fronte a incomprensioni e a problemi di ogni sorta, dai più infimi ai più complessi, relegandoci inevitabilmente al confronto con le persone della nostra cerchia familiare, affettiva e professionale. Purtroppo la tendenza predominante nell’affrontare i problemi è quella più istintiva e divisiva del “distributive bargaining” in cui le persone pretendono, ognuno a modo suo, la ragione, con la volontà reciproca di annichilire il proprio oppositore. Ne consegue che questo modo di agire favorisce i litigi, le separazioni e, più in generale, genera conseguenze negative che danneggiano entrambe le parti in causa. Un passo in avanti è possibile inquadrarlo in un approccio, più evoluto, che è quello dell’ ”integrative bargaining”; in questo caso i contendenti separati da una disputa agiscono sempre cercando di prevalere, ma, allo stesso, si preoccupano delle sorti che, in caso di sconfitta, toccherebbero alla parte soccombente. Per questo tipo di approccio, che è possibile anche denominare “egoismo illuminato”, i vantaggi percepiti dalle parti coinvolte risulterebbero maggiori rispetto agli svantaggi. Ma ciò che consentirebbe un radicale salto di qualità nella risoluzione positiva dei conflitti è l’approccio del “problem solving”, senza dubbio il più evoluto dei tre. In questo caso vi è una vera e propria rivoluzione nella risoluzione delle controversie che vedono opporsi tra loro le parti in causa. In questo specifico approccio si agisce secondo un “altruismo intelligente” che si fonda sulla volontà dei contendenti di confrontarsi non tra loro, ma sul problema che li ha opposti in una sorta di reciproca alleanza volta ad inquadrare il problema stesso come il vero ed unico nemico. Ne consegue che entrambe le parti ne usciranno avvantaggiate.
La rivoluzione costituita dal “problem solving approach” comporta non solo un profondo cambiamento dal punto di vista razionale, ma anche da quello psicologico. All’interno della società i conflitti sono un elemento essenziale perché conseguenza dell’interazione sociale e perché favoriscono negli individui la necessaria possibilità di evolvere e crescere. Gandhi sosteneva fermamente questa tesi e si batteva per dimostrare come gli esseri umani sono abituati a confliggere in maniera scorretta, attraverso l’impiego della violenza e della volontà di sopraffazione. Troppo spesso si assiste ad episodi conflittuali che sfociano in interazioni distruttive le quali favoriscono la dissoluzione di un legame. L’odierno modello economico e sociale per di più favorisce un approccio divisivo in cui in nome dell’autodeterminazione dell’io e del profitto, diviene quasi lecito passare sopra tutto e tutti. Quel sacrificio dell’essere disposti a fare un passo indietro per il perseguimento del bene comune (o del bene altrui) è, purtroppo, oggi fuori moda. Il concetto stesso di famiglia inteso come comunità in cui dominano concetti quali solidarietà, donatività e altruismo è seriamente messo in crisi da un incontrastabile sete di individualismo. La famiglia di per sé rappresenta il principale luogo di aggregazione affettiva tra individui in cui, in modo particolare attraverso i conflitti, si assimilano le regole della convivenza in nome di un comune senso di rispetto. Ma uno scorretto modo di agire nell’affrontare l’insorgenza dei conflitti sta, progressivamente, distruggendo ogni forma di legame solido e l’odierna “egemonia culturale” etichetta come “datato” chi ancora oggi sostiene l’importanza di un legame duraturo, frutto dei nostri sacrifici senza i quali, del resto, non è possibile ambire a nessun risultato.