di Andrea Broccoletti

Estratto dalla Tesi di Laurea Triennale: “Le Benchmark Dates nelle Relazioni Internazionali” di Andrea Broccoletti https://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=52291

La caduta del muro e la dissoluzione dell’URSS, con le conseguenti affermazioni delle autonomie nazionali degli ex stati satellite, hanno alimentato, in tutto il contesto internazionale, una nuova speranza di pace e democrazia. Tuttavia è opportuno chiedersi se, per gli ex popoli sovietici, quella nuova strada di revisionismo ideologico, nonché di ridefinizione politico-territoriale, inaugurata con la “Perestrojka” di Michail Gorbačëv, abbia sul serio rappresentato ciò che comunemente è ritenuta essere, secondo un’espressione di Reagan, la fine dell’ “impero del male”(Diodato 2011) in favore di una nuova era di pace e democrazia; oppure, parafrasando J.L. Gaddis, “una linea poco sensata in termini di tradizionale geopolitica” (Gaddis, 2008), ma che valse, all’ultimo segretario generale del “PCUS”, uno dei più meritevoli premi Nobel per la pace di tutti i tempi. Già qualche anno prima della fine dell’Unione Sovietica, al XXVII Congresso del PCUS, nel 1986, l’ideologia comunista fu quasi completamente rinnegata, in favore di una coesistenza ideologica, fra Est e Ovest, e di una nuova era di cooperazione internazionale con l’intento di assicurare, alla popolazione mondiale, un mondo più sicuro e vivibile e in cui tutti possano conservare i propri ideali e i propri modi di vita senza imposizioni. Questo era il nucleo del progetto di Gorbačëv, da lui stesso sostenuto in un proprio libro, un necessario cambiamento per garantire al mondo un presente, e un futuro, migliore (Kissinger, 1994).

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A distanza di quasi 25 anni la questione resta aperta, non a caso, l’attuale leader della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha definito il collasso dell’Unione Sovietica come la più grande tragedia geopolitica del XX secolo, segno evidente di quella “nostal’giya” della potenza di un tempo (Orlandi, 2011). Numerosi furono i conflitti territoriali che alimentò la fine dell’Unione Sovietica, sviluppatisi soprattutto fra i Balcani e l’Asia Centrale, inoltre la fine del bipolarismo fu la dimostrazione della fragilità di quella potenza che aveva tentato di dominare l’Eurasia; s’aprì quindi un nuovo problema, quello di costituire un nuovo ordine internazionale e una diversa struttura del mondo (Orlandi, 2011). La dissoluzione dell’URSS ha infatti costituito un fatto senza precedenti, mai una potenza mondiale si era disintegrata così rapidamente senza perdere una guerra. Per la federazione Russa ciò significò ricoprire un ruolo singolare, essere al contempo un paese emergente e una superpotenza decaduta (Kissinger, 1994); uno stato dove comunque è aumentata notevolmente la speranza in un futuro migliore, non a caso è uno dei paesi del “BRICS” (assieme a Brasile, India, Cina e Sud Africa) e cioè di quel gruppo, indicato dagli economisti della banca Goldman Sachs, dei principali paesi emergenti (Diodato, 2011). Sorte contraria invece è toccata per gli ex stati satellite, l’uscita infatti, dall’ormai consolidato sistema sovietico, non fu affatto semplice e a farne le spese furono ovviamente le popolazioni, c’era da reinventarsi un mercato e costruire nuove statualità. Inoltre molti di questi stati non erano mai stati indipendenti in epoca moderna e la nuova sfida, quella cioè di costituire nuove identità statali indipendenti, divenne un obiettivo molto complesso, e ancora oggi motivo di tensioni, che generò una differenziazione e un distacco (politico e territoriale) dalla Russia, dalla quale però le popolazioni ormai dipendevano fortemente. Ad eccezione dei paesi baltici, che hanno potuto richiamarsi alla statualità indipendente di cui disponevano fino al 1939, nonché al saldo legame culturale che avevano mantenuto con l’Europa, altri stati come l’Ucraina, la Moldavia e la Bielorussia (solo per citarne alcuni), al fine di consolidare la democrazia e il libero mercato, risentirono (e in parte risentono ancora), ognuno a suo modo, di quei segni di passato sovietico che marcano profondamente la loro cultura e le loro istituzioni. Seppur, come affermato nel precedente paragrafo, la dissoluzione dell’URSS abbia rappresentato (almeno per l’Occidente) una nuova speranza di pace e democrazia, si pensi come la fine di un impero in favore di una sperata nuova stagione democratica, abbia trasformato ex stati satellite come Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan e Azerbaijan in autocrazie e società fortemente repressive. E’ evidente come il nuovo pluralismo politico non riuscì ad imporsi come una nuova stagione democratica, ma al contrario in molti casi spianò la strada a nuove tendenze autoritarie e tradizionaliste. Un esempio è rappresentato dalla ormai ventennale situazione nella regione secessionista della Transnistria (non riconosciuta dalla comunità internazionale), ma anche da eventi più recenti come la riannessione alla Federazione Russa, in seguito a referendum nel marzo 2014, della già Repubblica autonoma di Crimea. E’ ben evidente il clima di incertezza vigente, come chiara eredità lasciata dagli eventi dell’ ‘89 – ‘91. Le pressioni, per ripristinare il vecchio assetto politico e geografico, sono molti forti, ne è un ulteriore esempio la fondazione, nel 2010, dell’“Unione doganale Eurasiatica” comprendente Russia, Bielorussia e Kazakistan, volta a favorire una più stretta alleanza economica fra i paesi ex sovietici; essa rappresenta un chiaro segno di quanto la Federazione Russa sia intenzionata a ricucire quei legami perduti dopo la dissoluzione dell’URSS, tentando soprattutto di rallentare quel processo di accostamento all’Unione Europea degli ex stati sovietici; quest’ultimi ormai posti di fronte a due vie: quella Europea, rappresentante un modello basato su principi più democratici rispetto al vecchio impero socialista, ma con pochi e lontani legami storico-culturali; e quella della “nuova” Unione Doganale Eurasiatica, uno spazio dove questi paesi potrebbero trovare la possibilità di un’unione facilitata da legami culturali e linguistici nonché infrastrutturali; ovviamente le due vie sono incompatibili e, come se il conflitto bipolare fosse ancora in corso, gli Stati Uniti, per ammissione dell’allora segretario di stato Hillary Clinton, si sono fortemente opposti a quello che considerano essere un tentativo di rifondazione di quell’impero che tanto hanno fatto per vedere annientato.

Lettura consigliata: https://www.librimondadori.it/libri/la-guerra-fredda-john-lewis-gaddis/