di Tommaso Vicarelli

Benché abbia già trattato pochi giorni fa in un altro articolo il medesimo tema, ritorno volentieri a parlare del problema del sistema educativo italiano, questa volta però facendolo da un’altra prospettiva.

Questo inverno quando ero a Minsk con i miei colleghi dell’ambasciata abbiamo casualmente iniziato una conversazione in merito alla scuola dell’obbligo ed alla sua organizzazione. Il mio punto di vista era molto chiaro; il Liceo Classico non può e non deve assolutamente scendere di livello in quanto deve essere l’unico istituto atto alla preparazione dei giovani a qualsiasi carriera universitaria. Chi non studia in questa scuola d’elite, che potremmo definire come l’unico e solo liceo degno di essere chiamato tale, non dovrebbe poter entrare così liberamente nel circuito universitario a meno che non superi delle prove di selezione molto selettive.

Per assurdo ora stiamo assistendo al fenomeno contrario perché non esiste più la differenza Liceo da una parte ed Istituto tecnico dall’altra, in quanto ora tutte le scuole superiori sono diventate miracolosamente licei. Questo perché quando si parla di scuola dell’obbligo ognuno cerca di tirare l’acqua al proprio mulino o di trovare delle scorciatoie effimere. Tuttavia nel mondo universitario gli stessi che si battevano per parificare tutte le scuole superiori sotto la titolazione Liceo, non perdono tempo a dividere perentoriamente le università in buone o cattive sulla base del blasone e dei ranking internazionali e non sull’effettiva qualità degli insegnamenti. Inoltre va sottolineato come le Top Universities guarda caso siano anche estremamente costose, fatto che entra in aperta contraddizione con i tanto decantati valori del mondo democratico occidentale.

Volgendo al mio pensiero, con ciò non significa che una volta messo piede nel liceo allo studente gli si apra una autostrada di successi fino alla carriera universitaria ed anche dopo di essa, deve essere lo stesso Liceo Classico a selezionare accuratamente ed a cadenza annuale i suoi aspiranti studenti. Tuttavia una volta entrato la strada non sarà assolutamente in discesa ma ricca di ostacoli formativi volti alla crescita personale, alla costruzione del temperamento ed allo sviluppo delle qualità dello studente.

Il Liceo Scientifico non sarebbe totalmente escluso da questo circolo che prendendo in prestito due termini inglesi potremmo definire “Inner Circle”, ma si piazzerebbe in una posizione mediana, in quanto i suoi studenti una volta terminato il percorso di studio possono sì entrare nel circuito universitario ma solo nelle facoltà tecniche o scientifiche in quanto non avrebbero la preparazione o la completezza necessaria per affrontare anche tematiche umanistiche. Pertanto rimarrebbero confinati al settore tecnico-scientifico a differenza degli studenti del Classico che potrebbero scegliere su di un range praticamente completo.

La restante parte degli studenti non entrati al Liceo Classico, o in quello scientifico, sarebbe suddivisa in una serie di istituti tecnico-professionali che abbiano come fine ultimo la preparazione professionale e non generalista dello studente, cosicché una volta terminato il percorso di studi possano trovarsi con un mestiere in mano ed entrare velocemente e senza logoranti ritardi nel mondo del lavoro.

Volendo riassumere ulteriormente per esigenze di tempo e di spazio un concetto molto complicato e vasto, potremmo dire che la mia visione delle cose è in linea con quanto affermava il filosofo nonché ministro dell’istruzione nel 1923 Giovanni Gentile il quale riteneva come solo dal Liceo Classico dovessero uscire le classi dirigenti del futuro. Ovviamente ci tengo a precisare che quanto scritto fin qui non è la copia a “pappagallo” delle idee di Gentile, ma sono conclusioni alle quali sono arrivato individualmente e che solo in un secodo momento ho realizzato che combaciavano con quelle espresse già durante gli anni 20 dal filosofo italiano. 

Come Platone Gentile non credeva nei falsi miti della democrazia, ovverosia che siamo tutti uguali e per questo potenzialmente possediamo le stesse capacità di ascesa sociale, ma in realtà, era convinto, che un sistema democratico sia il meno meritocratico che ci sia in quanto non seleziona i migliori mediante prove selettive severe, ma da la possibilità al sorgere di un numero infinito di variabili in gioco che potremmo sommariamente riassumere in tre categorie: l’influenza della famiglia di provenienza, il peso del denaro, dinamiche di carattere personale.

Non dico questo solamemte perché avendo studiato presso il Liceo Classico Annibale Mariotti di Perugia mi senta direttamente chiamato in causa, ma anche perché sono da sempre un grandissimo amante dell’ordine in quanto solo una società civile e responsabile è una società che possiede il fondamentale potere di pianificare il proprio futuro mediante l’utilizzo del raziocinio.

Purtroppo quello a cui stiamo assistendo nei nostri giorni è una società che messi da parte pilastri fondamentali quali ordine, disciplina e raziocinio, da sfogo nel nome di ostentati valori liberticidi a dinamiche autodistruttive. Di fatti una società che voglia sopravvivere e resistere nel tempo deve essere in primo luogo una società diversificata al suo interno. Benché le università ed i modelli provenienti dal mondo anglosassone vogliano far credere che il mondo dei servizi, il cosiddetto terzo settore, sia il settore economico del futuro, gli uomini avranno sempre bisogno di chi coltivi la terra o produca i beni di consumo nelle fabbriche. Un Paese nel quale il settore primario , quello secondario e quello terziario siano ben sviluppati, bilanciati e complementari con una società divisa fra agricoltori, operai, accademici, scientifici, industriali, burocrati, e funzionari dello stato, è un Paese che si approssima ad un concetto intelligente di autosufficienza.

Nella nostra Italia, ma un po’ dovunque all’interno dell’UE, assistiamo all’avanzare del caos. I giovani non continuano il percorso universitario perché veramente motivati o amanti dello studio ma semplicemente perché ritengono che i lavori dei loro nonni o addirittura dei loro padri siano troppo umili e troppo poco redditizi per le loro aspettative ed esigenze. Capite bene che così facendo si apre una voragine alle spalle poiché chi dovrebbe lavorare non lavora ma si immatricola all’università vedendo in questa scelta una possibilità di esonero più o meno parziale dal mondo del lavoro, sottolineando in questo modo la loro grande immaturità. Ma allo stesso tempo i lavori a più basso livello di professionalizzazione sono monopolizzati da persone che europee non sono con il rischio che questi con il passare degli anni non solo vadano a creare delle enclavi etniche all’interno delle società ospitanti, ma con il passare del tempo mediamente dal punto di vista redditizio divengono sempre più benestanti visto che i cosiddetti lavori umili sono da sempre ricercati mentre i lavori dirigenziali ai quali tutti i giovani europei vogliono protendere sono preclusi solo ad una ristretta minoranza.

Inoltre bisogna aggiungere che un altro fattore negativo, che sommato a quanto detto fin qui rende il contesto europeo nel quale viviamo ancora più preoccupante ed a rischio, è il fatto che dinanzi all’incapacità del sistema universitario italiano di far fronte a queste matricole senza cervello le quali piuttosto che farsi un esame di coscienza in base alle proprie caratteristiche personali nel dopo diploma, scartano a priori il mondo del lavoro per entrare senza le dovute convinzioni in quello universitario. Questa situazione costringe le istituzioni a dover restringere i fondi volti alle università pubbliche facilitando di fatto l’ingresso dei privati anche nell’istruzione che è un pilastro sacro e dovrebbe rimanere in possesso dello Stato e dei cittadini.

Benché questa non sia la sede giusta per delineare una disamina delle pratiche privatistiche, tuttavia vero è che con l’ingresso del privato andiamo letteralmente ad aprire il famoso vaso di Pandora. Pertanto se un ragazzo mediocre ma con alle spalle una famiglia ricca decide di entrare in una di quelle università che figurano nelle top list dei famosi ranking sulle migliori università a livello mondiale, lo può fare con un po’ di sudore sopra i libri ed il versamento pecuniario delle famiglie alle segreterie di queste esclusive università. Converrete pertanto con me che non è mediante un pò di sudore ed i soldi di famiglia che l’Italia (ma in questo caso il discorso potrebbe essere esteso a tutto il mondo Occidentale) può selezionare la classe dirigente del futuro. Chi dovrebbe comporre questa “inner class” dovrebbe essere spiritualmente, intellettualmente, fisicamente, culturalmente superiore alla media in modo tale da essere visto come punto di riferimento da tutti i cittadini, mentre per converso capite bene che questo appena descritto non rappresenta un sistema sano di selezione, ahimè ne abbiamo le prove sotto i nostri occhi tutti i giorni.