di Andrea Broccoletti

Ci siamo mai chiesti quanto tempo dedichiamo ai social? Forse si, ma l’attrattiva che essi suscitano, sostenuta dall’irrefrenabile possibilità di attirare l’attenzione e di toglierci ogni curiosità riguardante le vite altrui, impedisce una corretta percezione di quanto questi sottraggono del tempo prezioso alla nostre vite. L’ex presidente uruguayano Pepe Mujica, dall’alto della sua esperienza umana, più volte è intervenuto pubblicamente per ricordarci come il tempo sia il bene più prezioso. Troppo spesso, sostiene Mujica, dilapidiamo il nostro tempo in attività inutili e dannose, tralasciando quello che invece si dovrebbe dedicare alla “vita vera” (http://www.italiachecambia.org/2017/11/lezione-pepe-mujica-tempo-bene-prezioso/). Mai come oggi, nell’era del “connessi con tutto ma non con se stessi”, si dovrebbe riflettere sulle parole di Mujica. Si pensi a quanto tempo, molti di noi, impiegano ogni giorno per cercare di immortalare un’immagine originale da “postare” sul proprio profilo Instagram; si pensi a quanto tempo si spreca nell’andare alla ricerca di un qualsiasi motivo di attrattiva sociale finalizzato a riempire il nostro ego grazie ad una cascata di “like”. A quante altre attività potremmo dedicare quella stessa fantasia e, soprattutto, quel tempo? In una recente intervista rilasciata a “Il Giornale”, il celebre psichiatra Vittorino Andreoli ha affermato che i social sono per le persone frustrate. L’accusa del dott. Andreoli appare alquanto generale, ma risiede nello specifico in quella esigenza di attenzione, e di apprezzamento, insita in molti di noi; la nostra immagine sociale, continua Andreoli, ci banalizza creando una condizione di compenso per le persone frustrate (http://www.ilgiornale.it/news/nessuno-mi-invita-pi-cena-e-che-rabbia-mi-fa-felicit-1511408.html).

https://www.huffingtonpost.it/2018/04/03/vittorino-andreoli-i-social-sono-per-le-persone-frustrate-ne-ha-bisogno-chi-e-morto-facebook-andrebbe-chiuso_a_23401485/

Da studioso, nonché figlio di un’altra generazione, Vittorino Andreoli ci aiuta a riflettere su di una tematica che, in modo erroneo e superficiale, tendiamo a minimizzare. E’ tuttavia opportuno considerare come, attraverso gli strumenti che i social media ci forniscono, è in nostro potere creare un’identità virtuale diversa rispetto a quella reale. L’esigenza di pubblicare una nostra foto in un certo modo, la cura che ne apportiamo nel limitarne i difetti, nell’apporre modifiche e nel cercare un qualcosa che possa stupire i nostri follower, soddisfa la nostra sete di individualismo. Tutte queste energie per di più vengono sottratte da quella “reale” interazione sociale che si ha nella vita di tutti i giorni, in famiglia, al lavoro e nel tempo libero, fatta di dialogo e di percezioni concrete. La volontà di crearsi un’identità virtuale differente da quella reale, magari felice e soddisfatta quando invece non lo si è affatto, rappresenta un efficace palliativo che convoglia la nostra ricerca della felicità e soddisfazione verso quell’infimo apprezzamento che, banalmente, si esprime e si ottiene attraverso un “like”. E’ chiaro che, come in ogni cosa, est modus in rebus ; con ciò infatti, non si vuole sottintendere che tutti quegli strumenti propri dei “virtual social networks” rappresentano il male assoluto, ma, al contrario, ci si augura di sviluppare maggiore consapevolezza e attenzione in merito.