di Andrea Broccoletti

Jita-kyō’ei (自他共栄) è un motto in lingua giapponese che significa: “insieme per crescere e progredire”. Esso rappresenta uno dei principi fondamentali che regola la disciplina del Judo; il senso dell’espressione si fonda su di un presupposto che, in linea teorica, dovrebbe essere alla base della società e dei rapporti interpersonali, e cioè quello dell’unione e della collaborazione finalizzata alla crescita e al progresso. Un’idea questa che sta progressivamente andando verso l’estinzione; o meglio, ciò che sta pian piano venendo meno è quella possibilità di progresso collettivo e di sviluppo d’una coscienza comune frutto di un’azione cooperativa. Il modello socio-economico prevalente, il quale spinge gli individui sempre di più verso una radicale affermazione del singolo sul collettivo, sta progressivamente annientando quelle forme di aggregazione sociale che hanno consentito, nel corso dei secoli, radicali cambiamenti, come sono stati, ad esempio, la Rivoluzione Francese e quella Russa, il Risorgimento e la Resistenza ecc. Lo storico segretario del PCI, Enrico Berlinguer, sosteneva, non casualmente, che: “ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno”. Ma a quanto pare quel modello “thatcheriano” di società (collettiva) inesistente ha preso il sopravvento favorendo quel concetto di individuo come atomo sociale singolo ed autonomo, sradicato da quelle forme potenzialmente limitanti per la propria autorealizzazione. Il tutto viene anche favorito dal reiterato tentativo (riuscito), da parte dei mass media, di dividere gli individui tra categorie apparentemente incompatibili e avversariali. Si pensi alla feroce opposizione alla quale si è assistito recentemente tra vegani e onnivori, tra omosessuali ed eterosessuali, tra femministe e maschilisti, tra immigrati e non ecc. queste “categorie”, balzate fortemente all’attenzione mediatica degli ultimi anni, hanno istigato un penalizzante sentimento di divisionismo che non consente quell’aggregazione tra individui capace di edificare una coscienza collettiva, unita nella diversità, che, in ogni tipologia di relazione interpersonale, da quella micro (es. famiglia) a quella macro (es. società), rende possibile l’ottenimento di successi e/o il raggiungimento di obiettivi. Lo sposare una filosofia di vita riguardante la propria alimentazione, la propria sessualità, le proprie idee politiche ecc. risiede in uno dei basilari principi che sorreggono il sistema democratico, quello del pluralismo. Una pluralità di idee derivanti da una moltitudine di coscienze specifiche dovrebbe favorire un approccio improntato al rispetto e alla tolleranza e finalizzato al progresso condiviso, sradicato quindi da ogni logica egoistica e discriminante. Tolleranza e aggregazione, per di più, richiamano in maniera netta alcuni dei fondamentali valori del cattolicesimo del quale, piaccia o non piaccia, la cultura italiana è fortemente intrisa. La storia italiana è infatti fortemente condizionata, nel bene e nel male, dalla secolare presenza della chiesa e, di conseguenza, della morale cattolica. I risvolti culturali di questa eredità sono tangibili anche in quanti si dichiarano laici e, per certi versi, anche nei vari agnostici e atei. Purtroppo però quell’idea di fratellanza e di unione sta venendo messa da parte per fare spazio ad una prepotente cultura di opposizione e di autoaffermazione (tavolta anche violenta) la quale respinge, sempre di più, la speranza di una solida e incisiva aggregazione sociale.