di Andrea Broccoletti

Era il 1961 quando il filosofo perugino Aldo Capitini pensò ad una manifestazione alla cui base vi fosse uno dei capisaldi del suo pensiero, quello della nonviolenza; un concetto derivante dal “satyagraha” gandhiano, un potere reale, come lo definì lo stesso Mahatma Gandhi, che nasce dall’amore e dal ripudio della violenza. Dall’idea di Capitini nacque così la “Marcia per la pace Perugia-Assisi”, un percorso di quasi 25 chilometri per testimoniare la necessaria ricerca di pace e solidarietà tra i popoli. Il nobile intento del filosofo fu, da subito, quello di diffondere un’idea trasversale, priva di quello stagnante colore politico che, contraddistingue, chi fa di un’etichetta il proprio modo d’essere. Eppure la marcia tenutasi quest’anno è stata, come già in passato, un’occasione per fomentare, da parte di alcuni, slogan e invettive politiche. E’ il caso di coloro i quali ritengono a priori che la pace, la solidarietà e la fratellanza siano valori esclusivi, non perseguibili da chi non la pensa come loro. Sarebbe troppo prolisso (nonché inutile) passare in rassegna i nomi di quei noti che hanno “marciato” su quella che, oggi, purtroppo, si configura, per molti, come una vera e propria passerella; un’occasione irrinunciabile per “raccattare” consensi e per istigare un divisionismo che contraddice i valori della stessa manifestazione. Del resto in cosa si configura l’idea di pace nel difendere un’immigrazione, incontrollata e clandestina, che arreca danno non solo a chi offre accoglienza, ma anche a chi la chiede? I tanti che hanno “urlato” slogan in favore di Mimmo Lucano sono anche quei tanti che peccano di un giustizialismo a giorni alterni; strumentalizzando l’arresto del sindaco calabrese per mano di un paese fascista (?), dimenticano il fatto che l’inchiesta, che ne ha decretato il fermo con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illeciti nell’affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti, sia partita, con le indagini della Guardia di Finanza, quando, a Palazzo Chigi, vi era ancora Paolo Gentiloni. Difendere l’illegalità, quando fa comodo, pare, in questa bizzarra parabola discendente della pseudo-sinistra italiana, essere divenuto l’unico strumento in mano ad una classe politica che, quotidianamente, aumenta i consensi verso un esecutivo (quello “giallo-verde”) che nulla ha di fascista, ma che forse, potrebbe risvegliare le coscienze in un’Unione Europea tutt’altro che solidale; si pensi infatti alla solidarietà, di Hollande prima e di Macron poi, nel chiudere il confine francese a quei migranti rimasti bloccati a Ventimiglia; si pensi a quella della cancelliera Merkel che minaccia l’Italia di rimandare, tramite voli charter, i cosiddetti “dublinanti”; si pensi all’accoglienza che la “benemérita” guardia civil spagnola riserva a coloro i quali tentano di varcare le barriere di separazione tra il Marocco e le enclavi di Ceuta e Melilla; e così via. E’ fuori dubbio sostenere come Aldo Capitini avesse ragione nel ritenere necessario promuovere valori quali pace, solidarietà ed empatia, ma la strumentalizzazione alla quale la “sua manifestazione” è, oggi, subalterna ritrae l’emblema di una deplorevole ipocrisia, per fortuna ormai, mietitrice di consensi.