di Tommaso Vicarelli

Il pianeta Terra si regge su degli equilibri naturali che dialogano costantemente tra di loro e sono interdipendenti l’uno dall’altro. Modificare questi ultimi per far fronte al fabbisogno della popolazione mondiale, che vede di anno in anno accrescere le sue fila, senza tener conto degli effetti che tali cambiamenti potrebbero avere sullo stesso futuro e sviluppo dell’essere umano sarebbe incredibilmente dannoso. Dalla fine degli anni Quaranta ad oggi i paesi in via di sviluppo hanno più che raddoppiato la loro popolazione mettendo politici ed economisti di tutto il mondo dinnanzi ad interrogativi di grande portata.

Un evento di questo genere non può non avere ripercussioni reali e concrete ed è per questo motivo che studiosi, esperti e membri di organizzazioni internazionali, sebbene abbiano iniziato già a fine  anni Sessanta ad allertare ed evidenziare gli sconvolgimenti imminenti che avrebbero afflitto di lì a poco l’ecosistema terrestre, negli anni a venire non sono stati in grado di far in modo che tali avvertimenti producessero gli effetti sperati. Le reazioni delle leadership degli stati, al contrario, sono state pressoché tiepide o in alcuni casi inesistenti.

Benché alcuni paesi abbiano messo in marcia politiche microeconomiche operanti nello strategico settore ambientale, come ad esempio la Nuova Zelanda che dal 2020 in poi si è posta il ferreo compito di diventare “The Word’s first Zero-Waste nation”, tuttavia è molto arduo fare in modo che paesi provenienti da background culturali, politici ed economici completamente differenti convergano su scelte che, malgrado possano rivelarsi virtuose, sarebbe molto difficile applicare in contesti di povertà o arretratezza economica.

Uno studio dell’ONU afferma che negli ultimi cinquant’anni l’attività dell’uomo ha prodotto dei cambiamenti così profondi per l’ecosistema quali non si erano mai registrati, e ne è testimonianza il fatto che quasi un terzo delle specie terrestri si sono estinte. Stando a quanto afferma la  “Red Cross International”, se si protrarrà questa tendenza sarà matematicamente impossibile garantire un soccorso medico-sanitario esteso a causa dell’elevato aumento degli sconvolgimenti climatici. Secondo il “German Reinsurers Munich Re”, le perdite economiche dovute a disastri naturali sono aumentate di ben otto volte dagli anni Sessanta agli anni Novanta e circa l’80% di queste perdite è stato causato da fenomeni relativi al clima; la compagnia riferisce, inoltre, che entro il 2065 il costo per far fronte ai danni supererà addirittura il valore dei beni e servizi prodotti.

L’UNEP, United Nation Environment Programme, nel 2005 ha affermato che nell’arco temporale di quindici anni nel mondo verranno spesi più di 200 miliardi di dollari solo per ripristinare le infrastrutture ed i servizi andati perduti durante i disastri climatici, a causa dei quali gli sfollati hanno raggiunto, ad oggi, la cifra di 50 milioni di persone, cifra che secondo le fonti dell’ente entro il 2050 è destinata a toccare quota 150 milioni; segnala, inoltre, che in Iran a causa dell’erosione del suolo già centoventiquattro insediamenti di medio-piccola dimensione sono stati abbandonati ed, infine, che in Cina il deserto del Gobi erode di anno in anno più di 10.000 km quadrati di terreno. Visti tutti assieme questi dati non possono non far presagire un futuro quantomeno incerto, e questo perché il forte sfruttamento delle risorse legato alla ricerca del profitto, senza rivolgere uno sguardo lungimirante al futuro, ha creato un unicum storico al quale sarà complicato erigere un argine.

Ovviamente non si può sperare che tutto ad un tratto paesi come Cina ed India, con emissioni di anidride carbonica (co2) estremamente elevate, convertano il loro trend produttivo rivoluzionando di punto in bianco i loro sistemi industriali, ma quantomeno alcune potenze occidentali potrebbero giocare un ruolo trainante in questo contesto, convertendosi in promotori e leader di una visione nuova ed innovativa dell’idea d’impresa.

Il Regno Unito, che grazie alle tante miniere di carbone di cui disponeva ha fatto dell’estrazione mineraria il nocciolo duro da cui partire per dar vita all’onda positiva delle due rivoluzioni industriali, dopo aver mantenuto per un lungo periodo di tempo l’autosufficienza a livello energetico, nel 2005 per la prima volta nella sua storia è diventato un importatore netto di petrolio e gas ed è previsto che entro il 2020 importerà all’incirca l’80% del suo fabbisogno energetico.

Questo significa che gli Stati europei, anche quelli più industrializzati e preparati, se vogliono reggere il confronto con competitor internazionali che possiedono materie prime di gran lunga superiori per qualità e quantità, spostando l’asticella verso metodi di produzione energetica ad impatto ambientale zero ed esportando tecnologie con standard qualitativi molto alti, potrebbero avere il duplice vantaggio di riconfermare la loro leadership mondiale istruendo allo stesso tempo i paesi in via di sviluppo, o in forte industrializzazione, sui metodi per una crescita economica sostenibile e non più incontrollata.