di Andrea Broccoletti

I più ferventi sostenitori della libertà, in senso generico, sono anche coloro che plasmano la realtà secondo la propria convenienza, secondo la logica del mercato che penetra sempre di più all’interno della società, eludendo quei concetti di solidarietà sociale, di giustizia sociale e di egualitarismo che i dominanti vorrebbero vedere relegati alla storia in modo da ottenere un’ulteriore giustificazione al modello egemone. Questi sono gli effetti della globalizzazione, ma non secondo chi ha fatto del profitto, della mercificazione esasperata e del denaro le sue ragioni di vita, ma altresì riscontrabili da coloro i quali percepiscono e osservano ogni giorno quegli effetti esiziali determinati dall’imposizione di un sistema che pare unico ed infallibile. In quello che è a tutti gli effetti un efficiente apparato di delegittimazione della sovranità e dell’interesse popolare, la classe politica di governo, sia essa di destra o di sinistra, si fa interprete di questa nuova ragione del mondo, parafrasando P. Dardot e C. Laval, apportando in pieno provvedimenti e riforme volte a liberalizzare ulteriormente il mercato, sia esso quello del lavoro (ne è un chiaro esempio il Jobs Act) sia esso quello della pubblica amministrazione, un’ulteriore dimostrazione questa che la politica sia lo strumento attraverso il quale l’economia e la finanza giostrino i propri interessi al fine di impostare la rotta della “nave-Stato” verso l’isola del profitto e delle liberalizzazioni, in altri termini verso il mercato e non verso una giustizia sociale volta a combattere le disuguaglianze e a restituire ai cittadini un diritto sancito dalla Costituzione, il diritto al lavoro. Già perché seppur oggi si stia procedendo verso una direzione che vuole dimostrare come il lavoro sia un privilegio per pochi, in realtà il lavoro rappresenta un diritto delle persone, quell’azione che dona dignità all’individuo, ad esso sono annessi i diritti del lavoratore, le tutele e la pensione, quest’ultimi volutamente relegati, dai mezzi di informazione, al rango di privilegi anziché di diritti acquisiti. Il senso del collettivo e del bene comune sembra ormai una “specie estinta” in favore di un dilagante individualismo volto a idolatrare esempi di “self made man” come Steve Jobs e Mark Zuckerberg incoraggiando quindi i più, soprattutto molto giovani, a compiere una scalata alla ricchezza e alla fama in nome di una personale gloria e di un personale beneficio. Chi oggi “si azzarda” a parlare di beni comuni, benessere collettivo e redistribuzione è facilmente additato come “nostalgico”, aggrappato a idee retrograde e fallite. La nuova ambizione è pertanto quella tutta neoliberale dell’accumulazione privata, del benessere individuale e della società come astrazione, ricalcando in pieno l’ideale “Thatcheriano” secondo cui non esiste una società, ma solamente gli individui. E’ ben noto come il neoliberismo avviato dal duo Thatcher-Reagan alla metà degli anni ‘80 è dilagato anche fuori dal mondo anglosassone, investendo in pieno tutto il mondo occidentale, oggi è a tutti gli effetti l’idea egemone di cui la maggioranza, consapevolmente o meno, ne sente il peso e ne paga le conseguenze. Pertanto quei legami sociali e quelle forme di uguaglianza che dovrebbero appartenere alla società in quanto tale, in virtù dei principi di bene comune e di giustizia sociale, sono rimpiazzati da un radicale individualismo che rende la nostra società sempre più leggibile in chiave “Hobbesiana” secondo il noto principio dell’ “Homo homini lupus”.

Lettura consigliata: http://www.deriveapprodi.org/2013/09/la-nuova-ragione-del-mondo/