di Andrea Broccoletti

Anti-juventini, Anti-romanisti, Anti-milanisti, Anti-interisti, Anti-fiorentini e chi più ne ha più ne metta. E’ ormai questa una delle tendenze predominanti nel mondo calcistico; il “godere” più per le disgrazie altrui piuttosto che per i successi della propria squadra. Quello che apparentemente può sembrare normale campanilismo, nasconde in vero l’apprezzamento per un sentimento negativo che nulla ha a che fare con lo sport. Quello dell’odio è infatti un concetto che dovrebbe essere estraneo ad ogni logica sportiva; esso non ha nulla a che fare con la rivalità e l’agonismo, ma, al contrario, può rappresentare l’anticamera di azioni e gesti violenti che, a loro volta, nulla hanno a che fare con il concetto di civiltà. E’ ben noto come il bello dello sport risieda anche nella rivalità, un concetto alla cui base vi dovrebbe essere il rispetto, e cioè quel valore fondamentale che, non solo in questo caso, ma anche in ogni altro aspetto della vita, risulta essenziale per condurre un’esistenza pacifica e libera da ogni pregiudizio.

Il mondo del calcio è solo uno dei tanti contaminati da questa tendenza che, ormai in troppi ambiti, predomina a scapito del rispetto e del confronto pacifico; altri esempi infatti potrebbero essere inquadrati nelle appartenenze religiose, etniche e sociali troppo spesso causa di conflitti e tensioni violente. Anche in questi casi molti preferiscono odiare piuttosto che tollerare, rallegrandosi per le disfatte altrui, promuovendo una cultura improntata alla scelleratezza. Il calcio è uno sport “grande” e dalla potenza eccezionale, fortemente capace di contaminare tutto e tutti, anche coloro i quali preferiscono identificarsi nell’odio per una squadra piuttosto che nella passione per un’altra. Questa preoccupante e deleteria tendenza coinvolge anche i più piccoli i quali, attraverso lo sport, dovrebbero apprendere, oltre che la fondamentale importanza nel praticare una passione, il rispetto per gli altri, oltre che per se stessi. Questa “pericolosa” propensione volta al disprezzo e all’intolleranza mina alle fondamenta i valori sportivi mettendo in risalto quei troppi modelli negativi oggi presenti. Le finalità pedagogiche dello sport di squadra vengono pertanto, in troppi casi, sovrastate da quell’ostile e seducente “lato oscuro” insito in ognuno di noi che ci spinge a tirare fuori quanto di peggio si ha dentro. Troppo spesso è l’insulto a vincere sull’applauso e il fair play rimane sempre di più uno slogan fine a se stesso. Lo scemato interesse nazionale, per di più, dilaga anche nel mondo sportivo dove, in occasione di manifestazioni sportive europee ed internazionali, si spera nella disfatta dell’odiata “nemica” italiana, come se il prestigio del nostro calcio non sia un qualcosa di trasversale, svincolato dalla fede per determinati colori.