di Andrea Broccoletti

Meritocrazia, cioè merēre (“guadagnare”) e kratos (“potere”), indica un sistema di organizzazione sociale e di selezione di ruoli basato sul merito (capacità e competenze). Il termine è piuttosto recente, è stato coniato infatti nel 1958 dal laburista inglese Michael Young nell’ambito della vicenda del proprio romanzo distopico “L’avvento della meritocrazia” (“The rise of meritocracy”) nel quale, come critica diretta alla riforma del sistema scolastico proposta, al tempo, dal suo partito, immagina un’Inghilterra del 2033, in cui la radicale assegnazione dei ruoli su base meritocratica ha dato vita ad una società gerarchizzata, perfettamente in antitesi alla democrazia, in cui i governati sono raffigurati come una “massa passiva”, sottoposta agli individui “più meritevoli”. Oltre quaranta anni dopo la stesura del romanzo, Michael Young, espresse in un articolo tutta la sua preoccupazione circa il fraintendimento della propria opera; egli tenne a ribadire come essa rappresentasse una critica radicale verso un principio ritenuto, da Young stesso, altamente pericoloso. L. Fischer, il quale ha curato la voce “meritocrazia” del dizionario politico UTET, sottolinea come questo termine sia stato sottoposto ad un’attenta critica in quanto può divenire un efficace strumento volto alla legittimazione delle disuguaglianze. Nell’impiego assunto oggi dal termine, si fatica a comprendere come proprio il suo inventore lo abbia coniato con accezione negativa, ma, a seguito di un’attenta riflessione, si può ben intendere come esso sia a tutti gli effetti un valido strumento volto a ostacolare l’egualitarismo sociale; il “potere al merito”, al fine di non risultare un intralcio all’egualitarismo, deve pertanto essere affiancato da attente misure sociali volte a determinare pari opportunità e condizioni di partenza agli individui; è chiaro come un sistema altamente meritocratico, come illustrato magistralmente da Young, è produttore di privilegi e disuguaglianze, favorendo lo sviluppo di una società classista. E’ tuttavia fuori discussione la lotta al favoritismo, una vera e propria piaga sociale, estirpabile (questa sì) tramite una logica meritocratica, ma principalmente orientata verso i bisogni degli individui. Molti personaggi, del mondo politico e non, hanno abbracciato a tal punto il “nuovo” concetto di meritocrazia tanto da considerarlo quasi come una vera e propria panacea a gran parte dei problemi della società. Ne è un esempio il saggista Roger Abravanel autore del bestseller “Meritocrazia”, edito da Garzanti nel 2008. Già come consulente dell’ex-ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini, Abravanel presentò nel 2010 il “Piano nazionale per la qualità e il merito”. Il nucleo centrale dell’ “abravanel-pensiero” risiede in quell’opera del 2008 in cui, principalmente, dopo un vigoroso elogio del concetto di meritocrazia (in pieno contrasto con la logica di Michael Young) viene esaltato il “modello Singapore” e cioè quello che, seppur autoritario, ha garantito alla città-stato asiatica un’economia virtuosa e fiorente conseguente a quella radicale logica meritocratica stabilita (come principio fondamentale) dalla stessa costituzione singaporiana. Quello che è certo è che la nuova accezione del termine è in piena linea con quei nuovi processi economico-sociali degli ultimi decenni in cui, in piena egemonia neoliberale, le posizioni di svantaggio vengono considerate come frutto di demeriti personali.