di Andrea Broccoletti

Nazionalismo? Estremismo? Si, ma quando conviene! Dovrebbe essere questa la risposta più appropriata per l’Occidente del “buon costume” se si fa riferimento alle volte in cui le forze occidental-democratiche, a guida americana, hanno appoggiato varie macchinazioni, di chiara matrice estremista e nazionalista, al fine di ottenere ciò che veniva decretato come giusto. La facilità con cui oggi i campioni della democrazia gridano con veemenza al golpe (con l’usuale comica giaculatoria: “Ha stato Putin”) è consueta tanto quanto quella con cui, le forze occidentali, supportavano già dagli anni ‘90 (e supportano ancora) ultra-nazionalisti e filo-nazisti al fine di raggiungere i propri interessi volti, in passato come oggi, a dissolvere un disegno geografico, politico e sociale edificato su di un’ideologia (al tempo) o su alleanze (oggi) lontane dai propri interessi. Nell’ultimo decennio del XX secolo, sostenere le varie rivendicazioni nazionali si configurava come una missione divina, un baluardo dell’autoaffermazione dei popoli; del resto ci si stava avviando verso quella che il noto politologo americano, Francis Fukuyama, battezzò, in una celeberrima opera del 1992 dal titolo omonimo, come “La Fine della Storia” (The End of History and the Last Man). La caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica sembravano aver aperto una nuova fase storica. Seppur questa non è occasione per riflettere sulle varie conclusioni previsionali elaborate da Fukuyama, rivelatesi poi parzialmente errate, è opportuno soffermarsi su quanto, l’enfasi del momento, aveva fatto credere ai più, osservatori e non, che il capitalismo e la società dei consumi in salsa neoliberale, avrebbero rappresentato l’unico modello tollerabile e professabile; non per caso, al fine di raggiungere questo obiettivo, i “padroni del mondo” sono stati disposti a tutto, anche a rinnegare la gloriosa memoria storica europea che ha visto spazzare via dalla storia il nazionalsocialismo. Non è un mistero infatti come molte delle rivendicazioni nazionali, nella ex Jugoslavia, come anche nella ex Unione Sovietica, siano proprie di forze politiche neonaziste; si pensi in Croazia ai nostalgici del movimento Ustascia e in Ucraina all’ancora attivo Settore Destro (Pravyi Sektor). Questi gruppi di ultra destra sono stati tra i principali strumenti di cui l’Occidente si è servito al fine di raggiungere i propri obiettivi, ma a quale prezzo? Le sanguinose Guerre Jugoslave che hanno portato, tra il 1991 e il 2001, alla morte circa 140.000 persone, si sono configurate come un conflitto voluto a tutti costi da un Occidente che si è mosso anche fuori dai vincoli del diritto internazionale, intentando una muscolare azione militare (NATO) senza l’autorizzazione del consiglio di sicurezza; fin da subito la macchina mediatica si attivò per elaborare un quadro secondo cui le rivendicazioni delle forze nazionaliste apparivano come indispensabili, additando come pericoloso nemico chi invece avrebbe voluto mantenere lo status quo. Situazione non dissimile si verificò in Ucraina dove, nel 2014, al fine di allontanare il paese dallo storico legame con Mosca, l’UE e gli USA hanno incoraggiato la destituzione di Janukovyč supportando le violente rivendicazioni dei seguaci di Stepan Bandera, i già citati militanti neonazisti di Settore Destro; una situazione questa che, nell’ex paese sovietico, ha scatenato un cruento conflitto nel Donbass ancora, peraltro, in corso di svolgimento. Trincerato dietro quella che sembra configurarsi come una missione divina, l’Occidente alimenta la fiamma del nazionalismo anti-democratico al fine di perseguire i propri interessi (anche in violazione del diritto internazionale), ma è ben attento a ostacolare ogni forma di sovranismo in casa propria, tacciandola come anacronistica e pericolosa; non è un caso infatti che di recente, la cancelliera Angela Merkel, di concerto con il “Rotschild” Emmanuel Macron, ha tuonato la necessità di dar vita ad un esercito europeo al fine di porre un freno all’anticamera dei conflitti, i nazionalismi; ma ciò non va in contrasto con il sacrosanto principio dell’autodeterminazione dei popoli invocato, nonché impiegato in larga misura (anche fuori dalla propria sfera di influenza), già dagli anni ‘90? Il principio di non ingerenza negli affari interni di un altro stato si configura quindi come un postulato a cui fare appello solamente quando, oggi, Russia o Cina, minacciano a suon di propagande mediatiche e troll (quali?) UE e USA, ma non quando l’Occidente arma i propri militari e supporta gli estremisti (fuori dai propri confini) al fine di vedere raggiunti i propri scopi.