di Andrea Broccoletti

Tra le tante cose gli anni ‘80 sono ricordati per aver rappresentato la fine della storia così come la si era imparati a conoscere dopo la fine della seconda guerra mondiale; il 9 Novembre del 1989 vennero infatti meno quelle restrizioni che impedivano il valico del muro di Berlino, dando seguito alla totale demolizione dello stesso la quale sarebbe iniziata solo qualche mese più tardi, nel Giugno del 1990. La Germania fu ufficialmente riunificata il 3 Ottobre del 1990 quando i cinque Länder dell’ormai dissolta Repubblica Democratica Tedesca (DDR), aderirono alla Repubblica Federale Tedesca (ex Germania Ovest – BRD). La riunificazione della Germania ebbe ripercussioni per tutta Europa e, di riflesso, le ebbe anche per il mondo intero; la caduta del muro fu infatti anche il preambolo del successivo collasso dell’Unione Sovietica (1991) la quale, con tutte le contraddizioni del caso, rappresentava l’alternativa ad un mondo, quello occidentale capitalista, che oggi, grazie al “trionfo” della globalizzazione, si configura come l’unico sistema autoimpostosi come giusto e possibile. La fine del bipolarismo avrebbe dovuto significare l’inizio di una nuova era di pace e stabilità per il mondo intero, ma è andata proprio così? In un saggio del 2009 intitolato “1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio”, lo storico e accademico italiano Angelo D’Orsi, analizza come, al contrario di quanto si credeva, la vittoria dell’Occidente “libero” abbia, in vero, rappresentato il tradimento di tutte quelle aspettative in cui, non solo i berlinesi, ma anche gli europei e gli ex-sovietici, avevano sperato. La presa di potere da parte di un’oligarchia globale, l’individualismo dilagante, le crescenti disuguaglianze e le guerre mascherate da “esportazione democratica”, sono le principali conseguenze che, secondo l’analisi del professor D’Orsi, sono susseguite alla riunificazione tedesca e, più nello specifico, alla fine del bipolarismo. Non c’è stato affatto un aumento della giustizia, della pace e del benessere, ma tutto l’opposto. E’, in ogni caso, chiaro come non poteva essere mantenuto un assetto costruito su muri e divisioni, ma, di certo si sarebbe potuto (e dovuto) dare avvio un qualcosa di differente; magari una nuova era fondata sul rispetto di un sistema, e di un’ideologia che, con tutte le contraddizioni del caso (peraltro proprie anche della democrazia liberale) era sostenuta e condivisa da milioni di persone; le difficoltà del socialismo reale della DDR erano ben evidenti, ma, al contrario, non lo erano quegli invidiabili servizi sociali garantiti i quali, oggi, nel sistema vigente, sono in reiterato tentativo di smantellamento. Sanità e istruzione completamente gratuite, casa e lavoro garantiti per ogni cittadino, nella DDR tutto ciò era previsto; erano inoltre totalmente assenti problemi come criminalità e droga, quest’ultima una vera e propria piaga sociale di Berlino Ovest, documentata peraltro nella drammatica vicenda della giovane Christiane Vera Felscherinow, più nota con lo pseudonimo di Christiane F. Ma se un acclarato sentimento di nostalgia, da parte del popolo russo, nei confronti delle garanzie del sistema sovietico è cosa ben saputa, si è meno a conoscenza di un sentimento, definito ostalgie, coniato per indicare quella malinconia che, molti degli ex abitanti della DDR, hanno provato (e forse provano ancora) per la vecchia Germania Orientale. Trasformatasi anche in un fenomeno di consumo, l’ostalgia è stata “inscenata” in un film divenuto un “cult”, Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker.

http://www.opinione-pubblica.com/il-socialismo-e-lunica-alternativa-honecker-e-la-difesa-della-ddr/

Uno dei protagonisti dell’epoca, Erich Honecker, dopo la fine della DDR, in un’opera intitolata “Il socialismo è l’unica alternativa”, difese le ragioni ideologiche e rivendicò i meriti di quell’esperienza politica, sostenendo anche come, dal suo punto di vista, il socialismo rappresentava l’unica alternativa per una società umana. Quanto riportato non è affatto un’ incondizionata apologia di un sistema, quello del socialismo reale, avente senza alcun dubbio molti limiti, ma altresì c’è l’intenzione di far comprendere come non esista un modello socio-politico valido per definizione; quello di democrazia liberale, uscito vincitore dalla guerra fredda, è oggi divenuto per antonomasia il “modello del progresso”. Tuttavia l’attenta analisi del professor D’Orsi, seppur legittimamente contestabile, fa leva su alcuni oggettivi punti critici innescatisi dopo il 1989 in una fase in cui il liberalismo si configurava come un qualcosa senza alternativa. La previsione che la riunificazione tedesca avrebbe potuto comportare tutti quei problemi rilevati nel saggio dello storico campano, era (forse) condivisa anche da altri protagonisti dell’epoca, uno su tutti, Giulio Andreotti, al tempo presidente del consiglio dei ministri. Da anticomunista e atlantista convinto qual era, Andreotti, come reazione alla caduta del muro, in maniera sarcastica (ma forse non troppo) ammise: “Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due”.

Lettura consigliata: http://www.ponteallegrazie.it/scheda.asp?editore=Ponte%20alle%20Grazie&idlibro=6746&titolo=1989