di Tommaso Vicarelli

L’approccio positivista sperimentò un periodo favorevole nella decade che seguì il crollo del rivale americano: in quel periodo si riteneva che gli Stati Uniti avessero dalla loro tutto il potenziale necessario per traghettare il mondo verso l’inizio di un lungo periodo di pace e cooperazione internazionale. Pertanto, come riportava il professor Mearshiemer nel 1990, i tre punti attorno ai quali ruotava la dialettica positivista erano: the obsolescence of war theory, economic liberalism, and the peace loving theory – democratic peace theory  ( teoria che postula che le democrazie siano riluttanti ad impegnarsi in un conflitto armato con altre democrazie identificate). Se possiamo concordare sul fatto che il terzo punto sia stato pienamente confermato in quanto appare alquanto improbabile nei giorni nostri vedere una democrazia occidentale muovere guerra contro un’altra democrazia della stessa area di riferimento, il secondo ed in particolar modo il primo punto sono stati sistematicamente smentiti. Infatti la battuta di arresto che interruppe il procedere di questa scuola di pensiero fu proprio l’attentato dell’undici settembre 2001 poiché il mondo ottenne a caro prezzo la prova di come la guerra non fosse assolutamente passata di moda ma che, al contrario, fosse ancora attualissima benché combattuta con altri e non convenzionali mezzi.

L’emergere delle tensioni nella regione del Medio Oriente ed in quella Sub Sahariana, stanno a dimostrare come il numero delle guerre a livello sub-sistemico o addirittura a livello infra-statale siano aumentate piuttosto che diminuite. La prima Guerra del Golfo, le guerre civili in Ruanda e Somalia e quelle che sconvolsero la regione dei Balcani nella decade degli anni Novanta, erano da leggersi come dei campanelli di allarme, dai quali si sarebbe dovuto evincere come la sfera internazionale che si approssimava a fare il suo ingresso nel nuovo millennio fosse in realtà molto più, caotica e torbida di quella del periodo precedente.

Benché gli accadimenti geopolitici confermino questo trend negativo, in realtà esiste una letteratura che propone una tesi diametralmente opposta, ovverosia che non siamo mai vissuti in un’epoca meno conflittuale di quella contemporanea. Uno degli autori più importanti nel portare avanti questa tesi è Steven Pinker, non un politologo ma uno psicologo e neuro scienziato dell’Università di Harvard, il quale nel libro pubblicato nel 2011 ed intitolato “Il Declino della Violenza” afferma testualmente che “oggi viviamo probabilmente nell’era più pacifica della nostra specie”  .

Per converso l’autorevole “Uppsala Conflict Data Program” dell’Università di Uppsala, diretto dal professor Peter Wallenstein, sembra contraddire con i dati quanto riportato dalle varie correnti positiviste inerenti alla nuova era di pace sistemica. Il database in questione (che essendo stato costituito all’indomani del crollo del muro di Berlino vanta oramai già alcuni decenni di attività) afferma come il mondo post-bipolare non sia affatto governato da forze tendenti a far collaborare i vari attori statali tra di loro ma, al contrario, ritiene questi ultimi portati a muoversi guerra a vicenda in quanto sonno venuti meno i freni inibitori rappresentati in precedenza delle due super-potenze mondiali.

Gli studiosi dell’università di Uppsala , basandosi su una griglia valutativa disegnata su due variabili: l’intensità dei conflitti e gli attori coinvolti negli scontri armati, suddividendo sotto la voce “intensità” i conflitti minori (più di 25 ma meno di 1000 morti annui) dalle guerre vere e proprie (più di 1000 morti annui), nell’anno 2012 hanno estrapolato una serie di interessanti dati. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale al 2012 i conflitti armati complessivamente rilevati nel mondo, secondo i due parametri sopracitati, sono stati 248; di questi 248 ben 137, ovvero all’incirca il 55 per cento del totale, sono stati combattuti nell’arco temporale che va dal crollo dell’Unione Sovietica al 2012  . In merito all’intensità vediamo che 89 sono registrati come conflitti minori e 48 come guerre, invece per quel che riguarda il tipo di attori coinvolti negli scontri armati, ben 100 conflitti sul totale di 137 sono stati catalogati come scontri infra-statali, 28 sono conflitti interni che poi si sono internazionalizzati, mentre solamente 9 sono da considerarsi come guerre tra due attori statali.

Benché la storia ci racconti quanto devastanti siano state le guerre che hanno coinvolto attori statali, il passato Europeo è ricco di questi esempi e non bisogna neanche fare balzi troppo a ritroso nel tempo in quanto le guerre totali della prima e della seconda guerra mondiale sono ancora oggi un vivido esempio, i fautori del positivismo nel settore della sicurezza dovrebbero essere più cauti nelle analisi. Seppur le guerre tra stati sono solite produrre più vittime e feriti sia tra la popolazione militare che tra quella civile, una volta terminate si ritorna ad una situazione di equilibrio anche se asimmetrico. Senza ombra di dubbio si tratta di una pace ingiusta in quanto i vinti devono sottostare alle regole della potenza vincitrice, ma perlomeno si protende ad una situazione di riordino e riassetto di forze nella regione.

Questo spiega il perché del ruolo fondamentale che la guerra tra stati sovrani ha svolto nel corso dei secoli. Di fatti una volta terminata essa ha quasi sempre portato al riordino, o al tentativo di assestamento, sistemico e non all’aprirsi di un altro fronte del caos.

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