di Andrea Broccoletti

Interrogarsi sul fatto se la modernità rappresenti un qualcosa di valido è un dovere in un’epoca come quella odierna; troppo spesso ci si lascia trasportare da fenomeni e tendenze senza una reale consapevolezza di ciò che accettiamo e di ciò che facciamo. Ci si è accorti, ad esempio, che un modernismo imperante, in cui i mercati regnano incontrastati, porta avanti una tendenza omologante la quale spinge gli individui verso un’omogenizzazione culturale capace di abbattere ogni ostacolo rappresentato dalla propria cultura specifica? Il “modernismo globalista”, di cui si è sfortunati testimoni, mira alla creazione di un’unica società globale priva di identità e di legami, unita in nome di “valori” quali competizione e consumo. Si procede verso l’annullamento delle identità culturali per lasciare spazio ad una modernità configuratasi come impellente e necessaria la quale promuove l’annullamento di tutto quello che esula dalla logica del pensiero unico e che fa da ostacolo a quell’idea di società e di vita autoimpostasi come unica professabile. Quel paradigma volto alla formazione dell’homo oeconomicus (o homo consumens come lo definì Bauman) pontifica una necessità volta all’adesione di determinati “valori” dai quali, apparentemente, non ci si può esimere perchè, altrimenti, il rischio che si corre è quello di essere tagliati fuori da un processo nel quale tutto appare possibile. Le idee di un tempo, quelle su cui sono state fondate schiere di generazioni che hanno costruito la nostra società, vengono ritenute arcaiche e superate e chi ripropone, in maniera reiterata e continuativa, tradizioni, valori e stili di vita che si pongono fuori da determinati canoni, viene additato come nostalgico e reazionario. Quelle peculiarità che hanno costituito, e costituiscono ancora oggi, buona parte del nostro patrimonio culturale e valoriale, vengono “obliate” al fine di consentire l’affermazione di una società apolide, sradicata da ogni logica identitaria e da ogni etica, unita sotto il diktat delle nuove “regole” globali. A fronte di ciò un’impermeabilità culturale ed identitaria, che spinga alla preservazione di un patrimonio su cui si fonda la propria identità, risulta necessaria e rappresenta quell’unica forma di resistenza contro un deleterio impoverimento antropologico e valoriale in corso d’opera. La diversità posta dalla preservazione delle identità specifiche non è affatto un ostacolo, anzi, è ben possibile credere in un rapporto solidale tra più culture, tra individui aventi un’identità ben definita, ma, allo stesso tempo liberi; un modello di società in cui sia promosso un rispetto delle differenze, contraria ad un paradigma in cui, l’imposizione multiculturale, ci ha portati, parafrasando Samuel P. Huntington, allo “scontro delle civiltà”.

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