di Andrea Broccoletti

E’ oramai una consuetudine prendere di mira il servizio pubblico; nel “pensiero dominante” esso è ben assimilabile al concetto di spreco, ma anche a quelli di incompetenza, inefficienza e privilegio. E’ chiaro come ciò sia un abile tentativo (riuscito), da parte di un’egemonia politico-economica, di rimandare il tutto verso una logica privatistica, una logica che miri al profitto e che ponga la legge del mercato sopra ogni altra cosa vedendo nei cittadini non individui parte di una collettività, ma solo “addestrati” consumatori. Quell’assioma secondo cui chi svolge il servizio pubblico sta svolgendo un servizio per la comunità intera, e cioè un servizio che non mira al profitto del singolo, ma a quello dell’intera società, è completamente scaduto e messo da parte; è opportuno tuttavia sottolineare come, in Italia in modo particolare, il servizio pubblico è agitato da corruzione e clientelismo, ma anziché denunciare e combattere sul serio questi fenomeni, viene fatto di tutto per attaccare l’impiego statale come se, le due cose, fossero indissolubilmente connesse. Non per caso oggi, uno dei punti programmatici più di successo delle campagne elettorali e dei programmi di governo, è proprio quello del taglio degli sprechi; molto spesso però il termine spreco viene confuso con quello di “diritto garantito”. L’impiego pubblico rappresenta l’ossatura dello Stato, ovvero quel settore, in virtù del quale, vengono offerti servizi per la collettività, ed è questo un settore estrapolato dal capitale, un settore in cui, in altri termini, non viene erogato un servizio per trarne profitto, ma viene concesso ai cittadini in modo da consentire a tutti, abbienti e meno abbienti, di poter godere delle stesse tutele e degli stessi diritti. E’ purtroppo però ben assodato come quel deficit spending di keynesiana memoria sia stato sostituito con la depauperante spending review che si è imparati a conoscere, in modo particolare, durante la breve “era Monti”. Si è oggi sfortunati testimoni del fatto che, in situazioni di difficoltà, le azioni politiche predilette sono quelle volte a tagliare la spesa pubblica favorendo le privatizzazioni e legittimando, a loro volta, il settore privato come esempio di efficienza e buona gestione. Questa linea politica, tanto cara agli eurocrati, garantisce gli interessi di quell’oligarchia che muove i fili del sistema neoliberale, e cioè multinazionali, grandi gruppi industriali, gruppi bancari e finanziari ecc. settori che, molto spesso, delocalizzano la propria produzione e i propri affari, spesso esenti da tassazioni appropriate, responsabili della precarizzazione del lavoro e fieri fautori dell’accrescimento, sempre in aumento, delle disuguaglianze. Una realtà in cui il concetto di sfruttamento del lavoratore, da parte del padronato, in chiave pienamente marxista, risulta essere più attuale che mai, ma la logica mainstream non fa altro che incoraggiare un sistema che sempre di più sbriciola le tutele del mondo del lavoro e che afferma e valorizza aspetti tipici del mercato, mercificazione e concorrenza su tutti, come competenze da acquisire al fine di garantire un benessere individuale che, inspiegabilmente, significherebbe benessere per la società intera; ma ciò in vero rappresenta ben altro, significa trasformazione di diritti in “privilegi” all’interno di un’egemonia che bandisce concetti quali egualitarismo e giustizia sociale, diritti di tutti, non interessi di pochi.