di Tommaso Vicarelli

Benché ai soloni delle prestigiose e blasonate università private insegnino che la politica non conta più nulla in quanto è l’economia il vero motore dei Paesi, la realtà dei fatti afferma qualcosa di diverso.

Innanzitutto è curioso vedere come coloro i quali si battono tanto per i diritti civili e non sociali nel nome dei valori democratici universali in fondo siano i primi a deligittimare gli elettori stessi. Mettendo in primo piano l’economia e riservando ad un ruolo ancillare la politica,  è come se stessero definendo inutile la partecipazione politica dell’elettorato nella scelta dei rappresentanti politici.

Tenendo conto della sfera europea bisogna ahimè ammettere che questa massima bocconiana di stampo neoliberale, ovverosia che l’economia prevale sulla politica, è vera per l’Italia così cosme per tutti i Paesi membri dell’UE. Tuttavia se riduciamo lo zoom e diamo uno sguardo alla mappa del mondo, in realtà scopriamo che in fondo questa massima non è ovunque confermata.

Nelle tre grandi potenze del mondo: Cina, USA e Russia, la politica svolge tutt’ora un ruolo di primissimo piano, in realtà siamo soliti sentire che in USA le grandi lobby industriali determinano la politica interna così come la foreign policy statunitense, ma in realtà l’inquilino della White House detiene il primato su di un ampio range di presidential prerogatives le quali hanno un peso specifico molto importante.  Inoltre se consideriamo Cina e Russia appare chiaro come nelle tre superpotenze mondiali è la politica a dettar legge.

Invece nell’Europa dell’UE questo non è più vero, dal termine del secondo conflitto mondiale ad oggi abbiamo assistito inermi ad una colonizzazione di tipo culturale, sociale, politica ed economica di stampo prettamente anglosassone. Per anglosassone intendo tutta quella parte di mondo che è stata conquistata dall’Impero Britannico nel corso delle varie fasi di espansione e fondata dai britannici in persona, pertanto mi riferisco a New Zeland o Australia e non a India e Birmania. Dopo il 1942 il timone del comando su questa vasta parte di mondo passò agli Stati Uniti ma Londra rimase, e tutt’ora è, il centro dal quale tutto si muove.

È proprio da Londra infatti che prese forma quel modello di governance che Antony Giddens nel famoso libro che servì quasi da manuale durante il governo Blair definì proprio “The third way”. Per terza via l’autore intendeva una privatizzazione selvaggia ai danni del welfare statale  accompagnata da una fusione tra i Labour ed i Conservatives in ambito politico così da costituire un contenitore vuoto che attraesse sempre più elettori ed allo stesso tempo servisse da valvola di sfogo per le frange più calde.

Questo principio è stato esportato anche in Europa continentale, dinnanzi ad un contesto politico polarizzato incentivato anche dal fatto che si è sempre preferito il proporzionale al maggioritario, i grandi partiti di centro sinistra e centro destra si sono sempre coalizzati con lo scopo di debellare i partiti estremisti.

Questo è successo in Italia mediante la “strategia della tensione” così come in Germania, con la sola differenza che essendo questi ultimi abituati a primeggiare sono riusciti a dar senso ed ordine anche ad un sistema político alogeno creato ad hoc per incentivare il disordine e non l’ordine.

La cosa curiosa è che la recente crisi che ha coinvolto la formazione del governo tedesco, sorta a seguito delle ultime elezioni politiche del 24 settembre 2017 e risoltasi con la grande coalizione tra CDU/CSU e SPD, sta mostrando come modelli politici imposti dai vincitori, mi riferisco alle norme democratiche proporzionali imposte alla Germania nel secondo dopoguerra, non essendo soppesati sul DNA della società che li ospita, portino inevitabilmente al verificarsi di stalli politici.

Gli inglesi, padri della democrazia e fautori di tutte le deformazioni che da essa ne nascono, ci insegnano che il modo più stabile per mantenere in vita una forma di governo democratica, consiste nel contrarre i tanto decantati valori democratici al prezzo di ricevere in cambio più governabilità. Pertanto se sistema maggioritario e collegi uninominali lasceranno insoddisfatti i difensori più accaniti della democrazia radicale, è bene ricordare come il bipartitismo statunitense o britannico rappresentano il modello di divisione politica più stabile fra le varie democrazie a livello internazionale.