di Andrea Broccoletti

Quante volte ci siamo sentiti costretti a dover apparire qualcosa che non siamo? Una domanda apparentemente assurda per chi possiede una buona dose di autostima, ma in una società come quella odierna, dove predomina una forma di egemonia di pensiero “massificata”, alcuni modi di fare, interessi, gusti e preferenze, estetici e pratici, vengono dettati, più che dal nostro “vero essere”, da gran parte di quello che ci circonda. Non è questa una riflessione volta a sminuire la modernità che stiamo vivendo, ma è probabilmente una prassi che molti individui, chi più chi meno, assumono all’interno della società. Del resto, il tema del confronto tra vita e forma, era, già nei primi del ‘900, centrale nella produzione di Luigi Pirandello. Tematiche come identità, autopercezione e interazione sociale sono centrali in capolavori del drammaturgo siciliano come Il fu Mattia Pascal e Uno, nessuno e centomila. Oggi più che mai, questo pilastro del pensiero pirandelliano, risulta particolarmente attuale. In una realtà in cui fanno da padrone le tendenze, in modo particolare quelle lanciate dai media e dai social media, ogni persona è “costretta” a conformarsi alla moda del momento. Troppo spesso avviene che i lifestyles ci spingono ad essere un qualcosa che non siamo in nome di tendenze che, in molti casi, ci allontanano dalla nostra vera essenza, sia da quegli aspetti più affini alla nostra estrazione culturale sia, soprattutto, dalla “semplice” esclusività del nostro essere persona. Tutto ciò può determinare, in linea generale, i nostri gusti i quali vengono indirizzati verso un qualcosa che, molte volte, non è veramente di nostro gradimento. Si pensi, ad esempio, ai gonfiabili fenicotteri rosa, all’Harlem Shake, al Neknominate, all’Ice Bucket Challenge (seppur praticato per una nobile causa) ecc. Tutte tendenze alle quali ci siamo interessati, che abbiamo praticato quando erano sulla cresta dell’onda, le quali ci hanno lasciato (forse) giusto un pallido ricordo accatastato in un irrilevante angolo della nostra memoria. I potenziali riferimenti in merito potrebbero essere innumerevoli. Questa forma di “massificazione” confermerebbe anche le preoccupazioni di un altro intellettuale e artista del ‘900 italiano, e cioè Pier Paolo Pasolini; la perdita delle varie culture specifiche difatti, soprattutto di stampo popolare, costituirebbe una forzata omologazione alle idee dei “dominanti” che, incontrastate, porterebbero all’estinzione di quelle dei più deboli dominati. Sarebbe pertanto bello e proficuo per noi stessi trovare quel connubio tra vita e forma dettato dalla nostra autenticità, dal nostro reale apprezzamento verso un qualcosa; una forma di interesse “resiliente” ed “impermeabile” che corrisponda alle nostre reali tendenze personali e culturali, estraneo a quelle esterne, e che ci liberi di quelle maschere, parafrasando Pirandello, che un individuo, pur non riconoscendosi, pare costretto ad indossare per dare un senso alla propria esistenza.