di Andrea Broccoletti

“Di Europa si deve parlare” era il leitmotiv di un “toccante” spot Rai che presentava, ai cittadini italiani, l’UE come un paradiso di libertà, di diritti garantiti e di opportunità. Di Europa si dovrebbe sì parlare, ma di un’Europa in cui la logica della finanza e dei mercati domina, e determina, le politiche degli stati membri sotto un’egemonia franco-tedesca, tradendo quegli stessi propositi per cui l’unione è sorta.

Spot Rai: https://www.youtube.com/watch?v=IZwhwvYk-mU

Le politiche interne di quelli che un tempo erano stati sovrani sono state spogliate della propria autonomia e non ci sono esecutivi che riescano a condurre una linea politica indipendente, che si discosti dal volere dell’eurocrazia comunitaria, al fine di perseguire il proprio interesse nazionale. Politiche di austerità, di tagli alla spesa pubblica, di riduzione del welfare state e di privatizzazioni sfrenate non sono di certo le risposte giuste per andare incontro alle istanze rivendicate dai popoli europei; ne conseguono difatti quei rovinosi risultati di cui oggi si è testimoni. Provvedimenti come il Fiscal Compact e il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) non sono altro che la consacrazione di quel “diritto europeo dell’emergenza” avente tra le principali finalità quella di salvaguardare uno dei cardini della politica europea, l’Euro, come peraltro stabilito dal Trattato di Lisbona (2007). L’adozione di queste vere e proprie sanzioni ha inoltre garantito una sorta di organicità costituzionale alle politiche di austerità dell’Unione; esse rappresentano a tutti gli effetti una camicia di forza con la quale sono stati avvolti gli stati membri più deboli (tra cui l’Italia) secondo i piani del “direttorio degli esecutivi” franco-tedesco. Il “governo d’emergenza” è stato per di più istituzionalizzato con la “Troika” costituita da Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione Europea, con il Parlamento Europeo (l’unica istituzione in cui i rappresentanti sono eletti dai cittadini) sempre più ridotto al silenzio. Un diffuso clima di impotenza, misto a sfiducia, è ormai comune nel vecchio continente e, le istituzioni comunitarie risultano indifferenti persino di fronte a oceaniche mobilitazioni. Di fatto è fino ad oggi fallita miseramente la possibilità che l’Europa unita rappresenti un ente sovranazionale sinonimo di prosperità e benessere per tutti gli stati membri. Alcuni paesi “vantano” una disoccupazione alle stelle con tassi che sfiorano il 21%, come nel caso della Grecia. Il dato più curioso, riguardante la disoccupazione giovanile, appartiene alla Germania, la quale nel 2007 “vantava” un tasso del 12% (l’Italia tra il 20-30%) mentre oggi presenta un dato addirittura in migliorando che si attesta intorno al 6,6%. Dato che ci testimonia come vi siano, a tutti gli effetti, figli e figliastri che procedono parallelamente verso direzioni opposte. E’ purtroppo il caso di dire che l’Unione non combatte affatto l’esclusione sociale la quale, per di più, rappresenta una vera e propria “menzogna istituzionale” dato che, questo presupposto, risiede alla base dell’art.3 del proprio trattato fondativo. Il lavoro non si configura più come quel diritto che costituzionalmente spetta a tutti, ma si è trasformato in un lusso per pochi all’interno di una società in cui sempre di più predomina (e viene incoraggiata) la logica della competizione. In questo preoccupante quadro un ulteriore paradosso risiede nel fatto che gli esecutivi abbiano, fino ad oggi, prediletto politiche volte a istituzionalizzare la precarietà verso il basso, non realizzando minimamente quel progetto di flexicurity (del dicembre 2007), volto a combattere l’esclusione sociale nel mercato del lavoro, inglobato in un più ampio progetto di estensione universalistica di tutele e garanzie dei vecchi e nuovi diritti sociali; un processo di “costituzionalizzazione della persona” mancato, come affermò a suo tempo Stefano Rodotà, che avrebbe incoraggiato ciascun individuo a ricercare il proprio contributo produttivo alla ricchezza generale e non ad essere destinatario di un qualsiasi lavoro imposto dal sistema economico vigente. Nonostante questo proposito fosse uno dei pilastri della Carta di Nizza (proclamata nel 2000 e adottata nel 2007), oggi, 2018, non si vedono affatto progressi in questo settore, se non peggioramenti; e come se non bastasse è dalla fine degli anni ‘90 che, con il rapporto Onofri sul welfare italiano, si tenta di introdurre in Italia un reddito minimo garantito (presente in 21 dei 27 paesi UE) al fine di garantire, a tutti i cittadini, un diritto all’esistenza dignitosa, peraltro anche previsto dalla stessa Carta di Nizza (art.34 terzo comma), ma non è tutto; una modifica migliorativa del Trattato di Lisbona, apportata nel 2009, stabilisce come l’UE debba garantire un elevato livello occupazionale (…) e condurre, con ogni mezzo, una lotta contro l’esclusione sociale. E’ purtroppo ben tangibile come tutte quelle eccellenti intenzioni in merito, ratificate attraverso trattati e carte, abbiano inesorabilmente fallito, del resto soluzioni come una ferrea politica di austerità, flessibilità in entrata e in uscita del mercato del lavoro (con conseguente precarizzazione) e il contenimento delle spese pensionistiche e assistenziali (solo per citarne alcune) non hanno neanche minimamente indirizzato i paesi più deboli verso la strada della “svolta sociale”, ma, al contrario, ne hanno peggiorato le sorti.

Carta di Nizza: http://www.giurcost.org/fonti/CdfUE.pdf

L’Euro, la moneta unica che avrebbe dovuto servire i popoli europei, li sta asservendo, a dimostrazione di un potere oligarchico finanziario che domina un continente dove i popoli e le nazioni non hanno più una rilevanza (nonché una sovranità) politica e sociale. Non a caso “un certo” Mario Monti, nel 1998, in un’intervista a Federico Rampini, ammise, senza mezzi termini, che il Trattato di Maastricht aveva tra le sue funzioni quella di importare, e far consolidare, il modello neoliberale in Europa; quello stesso professor Monti, chiamato anni dopo dall’allora presidente Giorgio Napolitano, alla presidenza del consiglio, il quale ha riservato, ad un’Italia già devastata da oltre un decennio di stagnazione e decrescita, improponibili politiche di austerità, da sempre generatrici di insicurezza, povertà e miseria per i popoli. In presenza di questa triste realtà, risulta alquanto difficile tentare di legittimare l’operato dell’Unione Europea; eppure molti, forse privi di una lucida consapevolezza, portano avanti un cieco e inconsistente “europeismo di facciata” il quale cela un inconsapevole, ma efficace, sostegno ad un’egemonia politica e sociale della quale, troppi milioni di cittadini comunitari, ogni giorno, ne pagano le conseguenze.

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