di Tommaso Vicarelli

Nell’opinione pubblica italiana altra tematica nota, e divisiva al tempo stesso, è quella inerente alla questione dei vitalizi. Vivendo in un regime democratico siamo portati ad accettare delle norme che valgano erga omnes ed è proibito fare dei distinguo. Queste norme tendono a standardizzare pratiche, pensieri ed opinioni con il rischio che le coscienze e le personalità di ogni singola persona vengano diluite in un grande e caotico calderone conformista. Perché è possibile affermare ciò? Semplicemente perché la questione vitalizi richiederebbe un approccio ad personam piuttosto che erga omnes; analizzato nella sua totalità infatti, in un contesto di depressione economica e sociale come quello odierno, il fenomeno dei vitalizi è  visto come altamente ingiusto, ma è altrettanto vero che “voi” al posto “loro” avreste difeso a spada tratta il vostro diritto acquisito, un’erogazione prevista dalla legge. Tuttavia i vitalizi dovrebbero, per chi scrive, essere concessi solo al termine di due mandati parlamentari, al netto dell’equivalente dello stipendio medio italiano (che si aggira intorno ai 1000-1200 euro). Ovviamente non dovrebbero accedere a questo vitalizio solamente coloro che avessero portato a termine due mandati, ma dovrebbero esserne oggetto solamente quelli che avessero investito tutta la propria vita (in termini di tempo ed energie) nell’attività politica. Rientravano a pieni titoli in questa categoria personaggi come Berlinguer e Almirante, così come oggi rientrano a pieni titolo esponenti come Salvini e Rizzo. Purtroppo qui si sta parlando di fanta-politica in quanto le norme democratiche, fintamente egualitarie, impediscono che vengano fatte delle norme ad personam su base meritocratica, pertanto tutta la categoria dei parlamentari deve essere coinvolta in eventuali emendamenti alla norma vigente.

Da qui in avanti ogni genere di vitalizio dovrebbe essere eliminato così come dovrebbe essere impedita l’erogazione dei vitalizi agli ex parlamentari; può sembrare incostituzionale, ma se la mettiamo su questo piano è la stessa costituzione italiana, per mezzo degli articoli 10 ed 11 (e del Fiscal compact del 2011), a tradire uno dei più importanti principi repubblicani, ovverosia che la sovranità appartenga al popolo. In un contesto di depressione economica, politica, sociale e culturale è giusto che, oltre al popolo, sia la stessa classe politica a fare dei sacrifici. A questo discorso si riallaccia inevitabilmente anche la questione inerente allo stipendio dei parlamentari; anche in questo caso sarebbe opportuno fare una valutazione ad personam piuttosto che comprendere, in maniera generale, tutta la categoria; si sono avuti infatti esempi di parlamentari (molti dei quali vicini all’ex premier Mario Monti e/o al PD) che dovrebbero essere processati per tradimento verso il popolo italiano piuttosto che essere stipendiati, durante il mandato, con oltre 10mila euro cadauno. Come accennato in precedenza tuttavia, una proposta come questa sarebbe tacciata di incostituzionalità, pertanto la soluzione sarebbe quella di ridurre lo stipendio a 8mila euro mensili massimi divisi in due voci: lo stipendio lordo di 4000 mila euro che al netto equivarrebbe a 2500 euro, mentre gli altri 4mila dovrebbero servire a pagare l’affitto di casa a Roma e le spese di trasporto (nel caso di parlamentari non residenti nella capitale). Il lavoro del politico è molto insidioso e faticoso, soprattutto in Italia, ed è quindi giusto che venga ben retribuito. Sarebbe tuttavia opportuno che la classe politica la finisca di arroccarsi sui propri privilegi ed inizi a lavorare per il popolo e con il popolo, ma quest’ultimo deve liberarsi dalle catene invisibili del modus pensandi mainstream ed iniziare ad affiancare la stessa politica nei processi decisionali riguardanti le varie questioni nazionali.